La super fan fiction di Natalia - Parte 1

La super fan fiction di Natalia - Parte 1

«Grazie mille, signore. Mia figlia e la sua amica si sarebbero uccise se non avesse preso la mia borsa…» dice mia madre, rimettendosi a posto i capelli scompigliati.
«No c’è di che…» risponde lui, con il suo accento inglese. Sorride e si toglie gli occhiali da sole, mostrando i suoi occhi scurissimi e luccicanti.
È sulla quarantina, ma si riesce ancora a cogliere dei tratti di giovinezza nel suo volto e di una bellezza ormai quasi consumata.
I suoi capelli scuri sono corti, simili a quelli che Liam aveva l’anno scorso.
Io e Sara lo guardiamo stupefatte.
«Beh?» ci fa.
«M… Mark Jarvis?» domando titubante, con la voce rotta per l’emozione.
Lui annuisce e sorride, capendo che lo abbiamo riconosciuto.
Iniziamo a fargli qualche domanda del tipo “Sei davvero tu?” con il nostro inglese non tanto perfetto da due quindicenni italiane che hanno appena incontrato una persona molto cara ai loro idoli. È strano emozionarsi per queste cose. Insomma, non è certo uno del gruppo.
Lui ci sorride. «Keep calm, girls. I’m not Louis!» ridacchia, indicando la maglietta di Sara, dove c’è la bellissima faccia del cantante. Lei ha quella di Lou, io quella di Niall. Dietro, abbiamo una foto di tutti e cinque.
Mi ha letto nel pensiero. Impressionante.
«Yes, sure, but…» balbetta lei.
Mia mamma ci guarda, prima lui, poi noi, non capendo, così le spiego. Per poco non lancia un urlo.
«Oh, my… Hi, err… I’m Alessandra… Oddio, ragazze, vi rendete conto? I’m Alessandra Neri, Natalia’s mother…» dice lei, con il suo inglese quasi perfetto per gli anni passati all’estero. Mi indica.
«Piacere!» fa lui, sorridendo, strascicando le consonanti. «Io sono Mark Jarvis… Come le ragazze avranno capito…» finisce.
È evidentemente sorpreso dalla nostra emozione, forse un po’ eccessiva.
Ma che ci possiamo fare? Siamo tutt’e tre delle idiote, io soprattutto. Mi ricordo che quando ho preso Our Moment, il profumo dei ragazzi, mi tremavano le mani.
«Vuole qualcosa da mangiare? Offro io…» dice mia mamma, mentre ci dirigiamo verso un Mc Donald’s a passo spedito.
Ho una fame tremenda e non vedo l’ora di affondare la faccia in un grandissimo panino pieno di salsa e carne.
«Mh… Pasto gratis no si rifiuta mai, va bene!»
Non avrei mai detto che sapesse parlare l’italiano… O almeno, che sapesse dire quelle tre parole che devi sapere se vieni in Italia.

Entriamo nel fast-food, e un brivido freddo mi passa su per la schiena. Mi domando perché l’aria condizionata debba essere sempre sparata a mille nei negozi. Delle ragazze sedute ad un tavolo ci guardano e si bisbigliano qualcosa all’orecchio.  O hanno capito chi è il nostro “ospite”, o ci stanno giudicando per le magliette. Non capisco per quale motivo si debbano odiare i One Direction. Sono cantanti come altri, e hanno solo realizzato il loro sogno. Non vedo cosa ci sia di male.  E non capisco perché si debba giudicare chi ascolti un determinato genere di musica. Certo, molte fan dei ragazzi sono un po’ esagerate… anzi, molto esagerate. Ma ognuno ha i propri gusti, e giudicare qualcuno per i propri gusti è una delle cose più stupide che l’uomo possa fare. È una forma di razzismo, e il razzismo è veramente di basso profilo morale, una delle idee più disgustose che mi potrebbero mai passare per la testa. E spesso il razzismo porta alla violenza, il metodo di comunicazione più stupido dell’essere umano. Ma tanto, l’uomo è avanti, giusto? L’uomo è evoluto, no?

Sara ed io guardiamo le ragazze, che abbassano lo sguardo e ridacchiano. «Bah…» dico.
Ci avviciniamo alla cassa velocemente, dato che il posto è quasi del tutto vuoto.
«Buongiorno, benvenuti da McDonald’s. Cosa ordinate?» chiede la ragazza alla cassa. È vestita con la tipica divisa del Mc Donald’s. Ha i capelli biondi raccolti in una coda di cavallo, gli occhi azzurri e l’apparecchio. Dal cartellino sulla sua maglietta leggo il suo nome: Carolina.
Sara ed io prendiamo due Big Mac, patatine e Coca Cola, mamma prende un’insalata e Mark un Crispy Menu.
Quando mamma paga, prendiamo i vassoi, saliamo le scale scivolose che conducono al piano di sopra e ci mettiamo in un angolo nascosto, per evitare qualsiasi tipo di inconveniente con possibili fan. Alla radio parte Diana, e i miei pensieri tornano al concerto e alla fortuna che abbiamo avuto a riuscire a comprare i biglietti e ad incontrare Mark, perché senza di lui a quest’ora saremmo sulla via di casa a piangere.
Canticchiamo entrambe mentre ci infiliamo delle patatine in bocca.
Mentre mangiamo, mamma fa un sacco di domande a Mark, e traduce le sue risposte. Gli fa domande su come si allenino i ragazzi, e poi gli chiede alcuni metodi per dimagrire. Dalla sua voce, capisco che è emozionatissima.
«Mamma, calmati, non è mica Harry!» le dico ad un tratto ridendo, sapendo che il riccio è sempre stato il suo beniamino.
Lei mi da uno spintone dal suo lato del tavolo, e Sara ed io ci sbellichiamo dalle risate.
«Uh, quindi anche tu Directioner?» chiede Mark.
È strano come gli inglesi pronuncino il termine “Directioner”. Lo faccio notare a Sara, e lei annuisce.
«No, non sono… Directioner… Ma quei ragazzi non sono male…»
«Sì, Alessandra, certo. Sappiamo che hai un loro poster nell’armadio e piangi appena lo guardi!» la punzecchia Sara. Le batto il cinque, con le lacrime agli occhi e la pancia che scoppia per le risate.
Mark dice di non capire. Facciamo un cenno con la mano come per dire “non importa”.
«You’re funny!» esclama Mark. «Contente per concerto?» chiede.
Annuiamo.
«Why do you like One Direction?» ci domanda.
Noi gli diciamo che adoriamo la loro musica e ci ispirano molto, che le loro canzoni sono molto belle e che loro sono fantastici. Mamma, con la scusa di dover andare a prendere “il coso della cosa” al piano di sotto, si alza e se ne va. In realtà, sa quanto io odi dover spiegare la mia storia davanti a lei. Mi schiarisco un po’ la voce che trema un po’, perché so che dovrò rievocare in me dei pensieri dolorosi che avrei sperato di non dover mai più considerare. Prendo un respiro e inizio a spiegare, naturalmente in inglese, il fatto che ero persa, senza più la voglia di andare avanti. Gli dico che ogni notte non riuscivo a dormire perché piangevo, gli dico di quando ero vittima di bullismo, di quando non avevo amici, della mia voglia incontrollata di mollare, insomma, gli racconto del mio periodo di depressione cronica, e del fatto che i ragazzi mi hanno molto aiutata. Gli dico del mio tentativo di suicidio, due anni e mezzo fa. E anche la storia di Marco, che mi fa soffrire, ma meno rispetto a quello che avrei provato se mi avesse lasciato prima di conoscere i ragazzi. Sara dice che, dopo che suo padre è morto, non aveva più voglia di vivere. Gli dice che, come me, è stata vittima di bullismo, che ha avuto un periodo come autolesionista, che pian piano stava andando alla deriva. Poi dice che le ho fatto conoscere i ragazzi, e ha avuto la voglia di combattere, perché sapeva che un giorno sarebbe stata meglio, e l’ha capito solo grazie a loro. Aggiunge che abbiamo aspettato da tantissimo di poter ascoltarli dal vivo.
Mark annuisce, e mi sembra che abbia gli occhi lucidi.

Mamma torna su appena dopo. Ho l’impressione che ci abbia ascoltato tutto il tempo. Conoscendola, è molto probabile.
«Siete molto bravi. Sapete, ho dei pass per backstage di concerto…»
Lo guardiamo, sgranando gli occhi, mamma compresa.
«Potrei darvi alcuno…» continua lui, abbassando la voce. «Non potrei fare questo… Ma credo voi meritate»
Il suo italiano farebbe ribrezzo alla nostra prof di lettere, ma non ci interessa. Ci sta veramente offrendo la possibilità di incontrarli?
«Sta… sta scherzando?» chiede mamma, che si sta sedendo accanto a lui.
Fa cenno di no con la testa, poi estrae dallo zaino tre pezzi di carta plasticata attaccati a dei fili che fungono da collana. Sopra c’è scritto “One Direction – 28th June – Backstage pass” e una loro foto. La guardo bene, cercando di mettere le loro facce a fuoco. L’idea di non portarmi gli occhiali è stata pessima.
«Delle ragazze hanno vinto questi, ma hanno detto non può venire…» ci spiega lui.
Sento le lacrime agli occhi che stanno per scendere. Sara mi prende la mano e la stringe. La sua è sudata, e ho come l’impressione che lo sia anche la mia. Il mio cuore batte fortissimo.
«Quindi vuole regalarli a noi?» chiede mamma, altrettanto eccitata. Lui annuisce. «Siete prime persone che non hanno chiesto me di incontrare i boys, credo meritate. E poi, sentita vostra storia, so che renderebbe voi molto felici» Sara fa un piccolo urlo. «Nani, oddio!» Io sorrido. «Lo so, Sara. Cavolo…»
Ci da i pass da sotto il tavolo. Io inizio a piangere, e Sara fa lo stesso. Vorrei correre per tutta Milano, urlare, piangere, saltare di gioia, ma mi limito ad alzarmi e ad abbracciare forte Mark. Da sotto la maglietta grigia, posso sentire i suoi pettorali ben scolpiti. Sa di fresco e di ammorbidente.
«Thank you» gli dico, bagnandogli la maglia di lacrime.
Ho i brividi lungo tutta la schiena e ormai ho finito le lacrime. Mi giro verso mamma, che sta piangendo.
Ehi.
Mamma sta… piangendo?
Anche lei?
Mi abbraccia e mi sussurra all’orecchio un “ce l’hai fatta”.
Sara intanto sta ridendo come un’idiota e si infila il pass in tasca. La abbraccio fortissimo.
«Sì, forse è meglio che lo teniate voi…» dice mamma, tirando su col naso e asciugandosi le lacrime. Sembra proprio una ragazzina.
Ridacchiamo e finiamo di mangiare. 

«Sono le due e mezzo. A che ore dobbiamo essere davanti ai cancelli?» ci chiede mamma, mentre controlla il suo orologio da polso.
Siamo usciti ora dal fast-food, e Mark è ancora con noi. Credo che quest’uomo sia stato una benedizione, sia per noi che per i ragazzi, perché è molto simpatico, ed è difficile che a me stiano simpatici i personal trainer.
«Alle quattro e mezzo aprono i cancelli, mi pare…» fa Sara. «Guarda sui biglietti, lì ci dovrebbe essere scritto…»
Mamma estrae i biglietti dalla borsa. Quando li vedo, sorrido.
È strano come un pezzo di carta possa renderti la persona più felice del mondo.
Li guarda, ricordandoci che ci troviamo nel secondo anello rosso. Poi annuisce. «Sì, alle quattro e mezzo. Non voglio immaginare la fila che ci sarà!»
«Don’t worry, ladies. Posso farvi entrare subito» dice Mark, prendendo il suo pass personale.
«Non so… Credo che siamo state già fortunate a prendere i pass, non c’è nessun problema se facciamo la fila» dice mamma, prima in italiano, poi in inglese.
Io e Sara annuiamo. Stiamo pensando alla stessa cosa: potremmo fare conoscenza con altre ragazze.
Mamma, secondo me, invece, l’ha detto solo per non doversi sentire in debito con lui. So che in realtà morirebbe dalla voglia di non dover stare in piedi per ore ed ore.
«Uhm, ok…» fa Mark.
Mi viene in mente una cosa. «Ma vuol dire che incontreremo anche i 5 Seconds Of Summer?» domando a Mark, mentre camminiamo per Milano. Siamo vicino al duomo, dove troviamo altre persone con le magliette del gruppo. Ci sono anche dei maschi con le loro magliette, una cosa piuttosto strana.
«Sì» dice, posando gli occhiali da sole sul suo naso.
Sul mio volto si forma un sorriso a trentadue denti, e anche Sara non può far a meno di essere felice perché, pur non essendo una grande fan del gruppo, le piacciono svariate canzoni, come She Looks So Perfect, o Try Hard, anche perché dalla miriade di volte che gliele ho cantate, le sa a memoria.
Dicono che abbiamo una bella voce, io e Sara. Abbiamo messo su un duetto, e a volte cantiamo alle feste alcune cover o canzoni scritte da noi. Io suono la chitarra, lei la batteria. A volte ci destreggiamo l’una nel ruolo dell’altra, e devo ammettere di non essere tanto male a battere le bacchette sui piatti o sui tamburi della batteria, e neppure Sara fa schifo a suonare la mia Ovation. Abbiamo alcuni fan e un canale Youtube dove carichiamo alcuni video musicali, ma nulla di che.
«Mamma, possiamo andare da quel gruppetto di ragazzi, lì? Magari facciamo amicizia!» le chiedo, indicando un gruppo di persone dove si trova un ragazzo.
Lei sospira, ci pensa un po’ e poi ci da il permesso. Prima di andare, Mark ci ferma. «Non dite dei pass, please»
«Saremo mute come dei pesci» dice Sara, e mamma gli spiega il proverbio in inglese.
Ci incamminiamo verso l’altro lato della piazza, dove si trova il gruppo composto da tre ragazze e il ragazzo.
«Ehm… Ciao!» dice Sara, decidendo di rompere il ghiaccio, risparmiando a me quella fatica. Non sono mai stata molto brava a fare amicizia, ne’ a parlare. Sono molto timida e quando parlo, spesso mi ingarbuglio con le parole e faccio un sacco di sfondoni degni di nota.
«Salve!» esclama il ragazzo, che indossa una maglietta rappresentante la locandina del film This Is Us, il primo film – documentario sui ragazzi.
I quattro si presentano. Lui si chiama Angelo, le tre sono Chiara, Mara e Michela. Noi ci presentiamo a nostra volta, e ad un tratto compare una ragazza mora dietro di loro, che respira affannosamente, tutta sudata. Riprende fiato, poi dice di aver capito che i ragazzi usciranno verso le tre e mezzo e canteranno qualcosa come anteprima. «E voi? Non c’eravate prima!» dice, indicandoci. «Sono Eleonora!»
Stiamo per presentarci, quando lei ci interrompe. «Ehi, aspettate! Voi siete le Half An Hour! Sono iscritta al vostro canale, siete forti!»
Noi annuiamo e sorridiamo.  
«In che posti vi trovate?» chiede Chiara.
Le diciamo l’anello, il blocco e il posto.
«Fico! Noi siamo nel prato, vorremmo cercare di toccarli… Sarebbe fantastico!» ci spiega Mara.
«Ah, sì… Wow! Buona fortuna!» dico, guardando Sara di sottecchi, come per dire “noi li incontriamo, ma stiamo zitte”.
«Da dove venite?» fa Michela.
«Siamo di un paesino toscano, vicino a Livorno… Nulla di che…» spiego io.
«Voi?» chiede a sua volta Sara.
Loro ci spiegano che sono di Genova, Milano e Torino, e sono amici perché si sono incontrati a Roma in vacanza e hanno fatto conoscenza.
«Non si vedono molti maschi a cui piacciono i One Direction…» dice Sara, rivolgendomi ad Angelo.
«Già. Naturalmente, non mi piacciono solo loro. Diciamo che ho svariati gusti musicali…» fa lui, mostrandoci lo schermo del suo cellulare.
«Oh! I Black Veil Brides!» esclamiamo, riconoscendo i componenti del gruppo. «Li adoriamo!» riferisce Sara.
Lui ci abbraccia. «Siete due grandi donne, ragazze, proprio due grandi donne!»
Dopo qualche minuto di conversazione, nel quale scopro che il ragazzo è stato a Verona il 19 maggio 2013, Eleonora ha un poster firmato, Mara è una fan sfegatata dei 5SOS e Michela dei The Vamps, ed altri dettagli personali, mia mamma ci chiama. Decidiamo di scambiarci i numeri di cellulare, poi ci salutiamo.
«Sono simpatici!» dico, quando arriviamo da mamma e Mark, che si sono rifugiati in un bar per evitare di morire di caldo o di essere sommersi da qualche fan.
«E Angelo non è male…» aggiunge Sara, arrossendo.
«Eheh, Sara si è presa una cotta! Sara e Angelo, parcheggiati sotto un pino…» la provoco io.
«Smettila, Nani!» ride lei, facendo finta di darmi uno schiaffo.
Mamma ci viene incontro, seguita a ruota dal personal trainer.

«Ragazze, direi che dovremmo avviarci verso lo stadio, che ne dite?» chiede lei.
Io e Sara annuiamo, così Mark si allontana un po’ e chiama qualcuno al cellulare. Parla per circa due minuti, poi si rimette il cellulare in tasca.
In men che non si dica, una limousine bianca ci si ferma davanti. Rimango di stucco.
«Ladies first…» dice Mark, intimandoci a salire. Mamma all’inizio è un po’ scettica. «No, no, grazie, andiamo a piedi…», ma Mark riesce a convincerla.
Non sono mai stata su una limousine, e appena mi metto a sedere, la osservo. È enorme, tutta bianca ed ha un piccolo schermo tv. Sotto di esso, c’è un minifrigo. I sedili sono rivestiti da una morbida pelle bianca.
Mi metto a sedere per prima, seguita da Sara, mia mamma e Mark, che prende un telecomando dal suo sedile e accende la televisione. «C’è sorpresa per voi!» ci avverte. Passa fra i vari canali, poi prende un PC e lo accende. Entra su Skype, e poi connette il computer al televisore.
Clicca sul pulsante “video chiama” che si trova sul profilo di un certo “1993”
Ci vuole un po’ prima di vedere con chi stiamo per parlare.
La rotellina sullo schermo gira.
E poi, parte il video.

Rimaniamo a bocca aperta quando vediamo la faccia di Zayn, che cerca di parlare italiano. «Ciao Sara, ciao Natalia. Vas happenin’?» dice lui, con la sua voce alta e veloce. Sara ed io facciamo un urletto. «Oh, girls! You are very beautiful!» continua lui, sorridendo. È bellissimo, accidenti. Gli occhi color nocciola sono accesi, enigmatici, sorridenti.
Mi rendo conto solo ora che siamo in videochiamata. Ci sta vedendo. Porco cane, ci sta vedendo. Lo saluto con la mano, vorrei dire qualcosa ma resto imbambolata. Ecco. Sta succedendo. Perché diavolo devo sempre bloccarmi quando devo parlare con qualcuno?
Lo guardo bene. I suoi capelli sono pieni di sapone. Una donna dietro di lui glieli sta lavando. Siamo nel backstage del concerto, e siamo ancora in macchina. Lo shampoo non ci permette di vedere i suoi capelli, ma non importa. Mi blocco a guardare i suoi lineamenti orientali, il suo naso, la lingua fra i denti. Senza trucco è ancora più bello di quanto non lo sia con il trucco addosso, Dio.
Sara si avvicina allo schermo. «ODDIO, ZAYN! MAREMMA MAIALA, ZAYN! NON CI CREDO, ODDIO, ODDIO, ODDIO!» urla.
Zayn ride, ma si vede benissimo che non ha capito. «Are you Sara?» chiede.
«SI, SONO SARA!» strilla lei, annuendo con forza.
«So, you are… Natalia!» deduce lui, indicandomi.
«Y… yes…»
«C’mon, Natalia, come here, next to Sara. I can’t see you really well if you stay there…»
Mi avvicino col cuore in gola. Se questo è il mio comportamento davanti ad uno schermo, non voglio immaginarlo davanti a loro in persona.
«Oh, you are fabolous!»
Mi viene da piangere. Zayn Malik mi ha appena detto che sono favolosa. «I love you…» sussurro, con le lacrime agli occhi.
«I love you too, baby!» risponde, compiacendosi dell’effetto che ha sulla gente. Piango e sorrido.
«OH MIO DIO, NANI, TI HA APPENA DETTO CHE TI AMA! I LOVE YOU ZAYN, I LOVE YOU SO MUCH!»
«I love you much more, beautiful!»
Sara scoppia in lacrime, e così faccio io.
«Keep calm, girls! I’m only a singer»
«But you saved their lives»
Mi giro a guardare mamma, gli occhi lucidi. «Thank you, Zayn» aggiunge.
A Zayn scende una lacrima. «No, thank you. You, girls, you are my force. And you, mum… You’re a mum, and I love mums…» dice lui con voce tremante.
Abbraccio mamma, e Sara fa lo stesso. Zayn sorride. «I miss mine…» sussurra.
Mi viene da piangere a sentire quelle parole. Tutti vedono i ragazzi come delle persone famose, che amano il loro lavoro, ricchi sfondati, senza alcuna preoccupazione. Ma nessuno si rende veramente conto di quanto soffrano. Sono tutti molto legati alle loro famiglie, e spesso non possono vederle per un anno, anche più. Deve essere tremendo. Non hanno una vita privata, non possono far nulla che ogni ragazzo della loro età farebbe. Sono incatenati alla fama, e anche se è una bella cosa, questo porta anche lati negativi.

«Sorry, I must go. See you later, girls! I love you to the moon and back!» ci saluta Zayn, quando noi smettiamo di abbracciarci e lui di pensare alla sua famiglia.
«See you!» dice Sara, e io gli faccio un cenno della mano.
Siamo quasi arrivati a San Siro, e io nemmeno me ne sono accorta.