La super fan fiction di Natalia - Parte 2

La super fan fiction di Natalia - Parte 2

«‘Sto caldo mi sta squagliando…» dico, sventolandomi la faccia con la mano.
«E ‘sta fila è troooooppo lunga…» continua Sara.
Ci troviamo fuori dallo stadio, non troppo lontane dai cancelli. Il palazzetto è immenso, grigio, altissimo.
C’è un caldo tremendo, e non passa neanche un filo d’aria. Mi chiedo come i milanesi possano vivere in queste condizioni.
«Mamma, potremmo chiedere a Mark di portarci dentro?» le domando, sorridendo.
«No! È già tanto se potete incontrarli. Pensa alle persone che non possono nemmeno venire al concerto…»
«Ma ci saranno 40° gradi… DAI!» cerco di convincerla io.
Lei fa cenno di no con la testa. «Su questo, non transigo»
Sara ed io sbuffiamo. 

Mi tremano le gambe, sia per l’emozione di vederli fra poco, sia per il batticuore di aver appena parlato con Zayn, sia perché è da circa mezz’ora che stiamo in piedi e non ci muoviamo. Qualche fila più avanti, delle ragazze stanno cantando alcune canzoni, così decidiamo di fare un gruppetto con altre ragazze e di cantare pure noi. Ci mettiamo a sedere e ci presentiamo.
«Ok, andiamo per ordine. You’re insicure…» inizio io, e tutte mi seguono, cantando più o meno bene.
Quando arriviamo a Kiss You, decidiamo di fare una pausa. Facciamo un po’ di conoscenza e cerchiamo di trovare, fra quel piccolo gruppetto, le nostre “compagne di posto”. Nessuna di loro è accanto a noi.
Beviamo un po’ di acqua, poi ricominciamo.
Arriviamo a You & I che non abbiamo praticamente più fiato. A noi si sono unite altre persone, fra cui mia madre.
Abbiamo lasciato Mark nella limousine, e mentre uscivamo molti hanno pensato che fossimo i ragazzi, e ci sono venuti incontro urlando.
Quando hanno visto che, in realtà, eravamo solo due ragazze su una limousine, ci avrebbero uccise.
«Che ore sono?» chiedo a Sara, ricordandomi d’un tratto quello che aveva detto Eleonora.
«Mh… Sono le tre e venticinque» mi informa lei, leggendo l’orario dell’orologio. «Per… Oh…» Sorride.
Fortunatamente, non ci troviamo molto lontane dai cancelli, perciò non sentiremo tanto male.
Aspettiamo con trepidazione le tre e mezzo, che scoccano esattamente cinque minuti dopo, ma che a noi sembrano due ore.
Il cuore mi esplode…
Ma non esce nessuno.
«Va beh. Tanto fra un’ora siamo dentro…» dice Sara, leggendomi nel pensiero.

E invece, alle tre e trentasette, sentiamo le ragazze delle file davanti urlare. Un boato si sente per tutta Milano quando, dalla cima dello stadio, cinque piccole figure si affacciano e ci salutano.
Appena li vediamo, io e Sara iniziamo a strillare.
Sento le farfalle nello stomaco.
Si distinguono piuttosto bene: Niall si riconosce per il colore dei suoi capelli, Harry per la sua folta chioma riccioluta, Louis per la sua magrezza, per me un po’ troppo eccessiva, Liam per le sue spalle muscolose e Zayn per le sue braccia tatuate. E comunque, come non riuscire a riconoscerli?
«Hi Milano! Are you ready for tonight?» domanda Liam con il microfono in mano. Nessuno risponde, solo urla, urla e ancora urla. «We’re so happy to be here! WE ABSOLUTLY LOVE ITALY!» continua. «I ‘ve tried playing it cool… YOU SING!» grida Liam.
Non ci credo. One Thing. Mi sento male. Le farfalle stanno per uscire.
«BUT WHEN I’M LOOKING AT YOU…»
«I can’t ever be brave, cause you make my heart race!» finisce Liam, con la sua voce perfetta.
Poi Harry impugna il suo microfono e se lo porta alla bocca. Uno stormo di urla si alza. «Shot me out of the sky, you’re my kryptonite…» canta lui, con la sua voce calda e bassa.
«YOU KEEP MAKING ME WEAK…»
«Yeah, frozen, and can’t breath!»
Ora tocca all’assolo di Zayn. Non posso credere di averci parlato solo qualche oretta fa. Liam fa la contro-voce. Strilli.
«Something’s gotta give now, cause I’m dying just to make you see…» fa Zayn, con i suoi acuti perfetti.
«THAT I NEED YOU HERE WITH ME NOW…»
«Cause you’ve got that one thing!»
Ed ora, tutti e cinque. Il mio cuore si sta fermando, e NON STO ASSOLUTAMENTE BENE.
«SO, GET OUT, GET OUT, GET OUT OF MY HEAD, AND FALL INTO MY ARMS INSTEAD. I DON’T, I DON’T KNOW WHAT IT IS, BUT I NEED THAT ONE THING AND…»
«YOU’VE GOT THAT ONE THING!» cantiamo noi.
Oddio. Sta per cantare Niall e io non sono assolutamente pronta per questo.
«ODDIO SASSY!» grido a Sara. È diventato il suo soprannome ufficiale, da quando siamo diventate Larry shippers. Sì, crediamo nell’amore fra Harry e Louis. No, non ce ne vergogniamo. Sì, se credete che dovremmo morire, curatevi.
«Now I’m climbing the walls…» grida lui, la voce dolcissima e fievole.
«BUT YOU DON’T NOTICE AT ALL…»
«That I’m going out of my mind, all day and all night!»
Mio Dio. Non ero pronta per questo. Sto per morire.
«NANI TOCCA A LOU!» mi urla lei.
«Something’s gotta give now, cause I’m dying just to know your name…» vocalizza Louis, con la sua voce bassa e leggermente nasale.
«AND I NEED YOU HERE WITH ME NOW…»
«Cause you’ve got that one thing!»
Continuiamo a cantare con le lacrime agli occhi, poi, quando la canzone finisce, Niall prende parola. «Thank you so much for being here. We’re so glad to sing for you. See you later, darlings. You’re amazing. Thank you for everything» Il suo accento irlandese è qualcosa di dolcissimo.

Non posso credere di aver sentito cantare dal vivo i miei idoli, ancora prima dell’inizio del concerto, e di certo le parole di Niall non aiutano. Nelle mie vene non scorre sangue, ma eccitazione. Sento lo stomaco in subbuglio, le gambe e le braccia mi tremano, nelle mie orecchie pompa il ritmo della canzone e quello che hanno detto, Zayn in privato e Liam e Niall in pubblico, non riesco a credere di aver sentito le loro voci rivolte, per la prima volta, anche a me. E questo è solo l’inizio.
«Non toccatemi. Voglio solo piangere» dico, rivolgendomi a Sara, a mamma e alle altre ragazze, che sono in preda al pianto. Il loro mascara si sta sciogliendo tutto, e questa era solo una piccola anteprima di quello che succederà fra poco meno di cinque ore.
Mi sento felice. Era da tanto che non ascoltavo One Thing, e sono contenta che abbiano scelto questa canzone da cantarci così, da sopra lo stadio, come per ricordarci che, anche se sono cresciuti, non si sono dimenticati dei loro esordi. E poi, so benissimo il perché di tutto questo: sanno che ci sono molte persone che non hanno potuto comprare i biglietti, che sono qui fuori solo per sentire il concerto, appunto, da fuori. Probabilmente era per far contente anche loro. Sono così dolci…
Sara sta letteralmente avendo una crisi isterica. Sta piangendo e ridendo e saltellando e cantando allo stesso tempo, e la cosa non è affatto normale per una persona con un carattere tranquillo come il suo. Mi soffermo a guardarla. Ha dei bellissimi capelli biondi, lunghi fino alle spalle, con una extension rosa, gli occhi scuri e penetranti, simili a quelli di Liam, labbra carnose, faccia paffutella, alta. Bella. Spesso mi sento in imbarazzo a stare con lei. Insomma, non sono poi tutto questo granché, anche se mamma si ostina a dire il contrario. Ma si sa: “ogni scarrafone è bello a mamma sua”. I miei capelli sono scuri, grassi e lisci, simili a spaghetti. Sono alta, ma troppo in carne. E la mia faccia è… orribile. L’unica cosa che mi piace di me sono gli occhi, scuri e grandi. Non odio completamente il mio aspetto, ma di certo non lo amo.
Mi squilla il cellulare a ritmo di Girls dei 1975, un gruppo che amo.
Prima di rispondere, canticchio la suoneria. Poi apro la mia borsa con le facce dei ragazzi stampate sopra (io e Sara ci siamo fatte fare le borse per questa occasione) e prendo il telefono. Guardo lo schermo, dove appare, a lettere luminose, il nome di Chiara, la ragazza che abbiamo conosciuto prima. Rispondo. «Pronto, Chiara!»
«Ehi, Natalia! Dove siete adesso?» domanda lei con la sua voce squillante.
«Ehm… è un po’ difficile dirlo… Ah, aspetta! Vedi quell’auto rossa? Mi pare una 500…» le dico.
«Ah, ah…» mi fa, quando la vede.
«Ecco, siamo più o meno lì!» concludo.
«Capito! Siamo vicini a voi, circa nove file più indietro… Affacciatevi!» ci intima lei, poi riattacca.
Dico a Sara quel che Chiara mi ha detto di fare, così ci sporgiamo dalla fila. Compaiono le facce dei cinque ragazzi, trafelate e ancora bagnate per le lacrime. Li salutiamo, e così fanno loro.
Ci urlano una frase contenente le parole “pranzo” e “domani”, e io faccio cenno loro di chiamarci più tardi. Eleonora annuisce, ci salutano e rimettono le teste dentro. 

Mia mamma, che ha cantato con noi, mi guarda. «Che vi hanno detto?» domanda.
«Credo che vogliano invitarci a pranzo, domani…» risponde Sara, guardando l’orologio. «Le tre e quarantacinque»

Meno di un’ora all’apertura dei concerti, quattro ore e un quarto all’inizio del concerto dei One Direction, due ore e un quarto all’apertura del concerto da parte dei 5 Seconds Of Summer e ho già i brividi lungo tutta la schiena.
Le parole non sono in grado di spiegare quello che sto provando. Mi sento come in un limbo, in un posto dove le emozioni sono tutte mescolate.
Ho paura per dopo il concerto. E se non riuscissi a parlare? O se facessi una delle mie solite figuracce? Se stessi antipatica ai ragazzi?
Poi, però, penso ai lati positivi: pochi hanno l’opportunità di conoscere i One Direction, i 5SOS, o comunque i propri idoli. Dovrei smetterla di farmi tante paranoie e pensare che fra poco potrò stringere loro la mano, abbracciarli, scattare foto con loro e magari, chissà, fare amicizia, cosa molto poco probabile. Pensare che incontrerò le persone che mi salvano la vita tutti i giorni manda il mio morale alle stelle.
Metto la mano sulla tasca, dove si trova il pass. Sento la plastica sotto le mie dita, e mi sento al settimo cielo. Chiudo gli occhi e mi immagino il momento. Sorrido all’idea e riapro gli occhi.
Io e Sara iniziamo a parlare del concerto, apriamo e guardiamo la grande quantità di cartelloni che abbiamo disegnato, da far vedere ai ragazzi durante il concerto, nei quali si ripercorre la loro storia. Ho portato anche dei libretti che abbiamo fatto, contenente lettere, disegni, idee, parole, frasi da consegnare ai ragazzi, nel caso in cui li avessimo incontrati. Non posso credere che riusciremo a darglieli.
Aspettiamo con ansia l’apertura dei concerti.

Tre e cinquantacinque.

Quattro.

Quattro e dodici.

Quattro e diciotto.

Quattro e ventidue.

Quattro e ventisette.

Stanno per scoccare le quattro e trenta. Un fremito mi percorre da capo a piedi.
Alle quattro e mezzo precise, sentiamo una guardia riferire con un altoparlante «I cancelli sono ufficialmente aperti. Buon concerto!»
La fila scorre tanto velocemente quanto i battiti del mio cuore. Sara salta a destra e a manca. Ci avviamo verso lo stadio, dove ci aspettano un sacco di guardie vestite di giallo. Ci dirigiamo verso l’entrata scritta sul biglietto, dove altre guardie stanno facendo entrare una marea di persone, dopo aver controllato i loro biglietti. Ci mettiamo in fila, una fila che scorre fluida. 

Siamo fra le prime persone ad entrare nello stadio. Si respira già un’aria allegra e carica. Il palco è stato allestito, e le persone iniziano a posizionarsi. Riusciamo a vedere i nostri nuovi amici, dei piccoli puntolini riconoscibili solo grazie a come sono vestiti, che si dirigono verso il prato, proprio sotto al palco.
Mi sento già svenire.
Accanto a noi vengono a sedersi delle ragazze emozionate quanto noi. Sento la mano di Sara stringermi il polso.
«Nani, oddio, non ci credo!» mi strilla nell’orecchio. Siamo eccitatissime, e so che siamo tremando come se fossimo al Polo Nord.
Posiamo la nostra roba sui sedili e andiamo a fare un giro di perlustrazione.
Siamo stanche, ma non riusciamo a sederci, per via di tutta questa energia che sprizza da tutti i nostri pori. Andiamo saltellando a fare conoscenza con le nostre vicine. Quelle subito alla nostra destra sono di Napoli, quelle a sinistra sono di Venezia.
Questo, per ora, è il miglior concerto in assoluto a cui io abbia mai assistito. E non è neppure iniziato.